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Sito dedicato all'artista Irpino Carmine Palatucci che attraverso la sua arte ci parla della cultura, della natura e delle tradizioni della sua terra.

Storia

Montella Piccola

I consorzi gentilizi delle antiche popolazioni italiche non vivevano isolati o indipendenti. Costretti a difendersi dagli aborigeni, (ed anche dai primitivi invasori) si riunivano in tante leghe parziali, che avevano per centro un'altura, un luogo forte, ove le diverse tribù convenivano per il mercato, per i sacrifici, per l'amministrazione della giustizia, ed ove, in caso di guerra, potevano trovare un rifugio col bestiame. Per tal modo, era un sito di adunanza e di rifugio, e non una città , perché le famiglie abitavano di solito nei villaggi, cioè nei pagi e vici.

E' assai probabile che il sito, denominato ora Montella-piccola o Castagne dei Preti, sia stata la fortezza comune delle tribù vicine. In primo luogo, ciò è dimostrato dal nome stesso, che, significando dapprima castella, venne poi dall'uso trasformato in nome proprio. Abbondano, in secondo luogo, elementi di varia natura, per dimostrare che in quella regione sia sorto un fortilizio nei tempi da noi più lontani.

Col nome di Montella-piccola viene designato un colle, alto 957 m., gemello di quello del SS. Salvatore, di soli tre metri più basso, con cui è unito alla base. Intercede fra le due cime la valletta , detta Malte. Questo è l'estremo contrafforte della formazione calcarea: declina, con pendio piuttosto ripido, sul falso piano sottostante, formato di argilla. A destra s'apre la stretta gola della Macera, da cui sbocca il Lacinolo, sulle cui rive si avanza la via, o tratturo, proveniente dal piano di Salerno per Montecorvino e Acerno; dal lato opposto, per una forra non meno angusta, scorre il Calore, tra Ripomonte e il colle del Salvatore. Dal guado del Lacinolo, detto delle Pariti, sino al Calore, continua il tratturo per la lunghezza di circa due chilometri.

Il sito era molto idoneo alla difesa, essendo protetto dalla natura ai fianchi e alle spalle, e ben fornito di acque e di pascoli. Sulla vetta del colle, munita da opere di sterro, si doveva trovare l'ultimo ridosso , da cui s'invigilava sulla campagna circostante. Anche la base dei due colli, tra il Calore e il suo affluente, erano state poderosamente munite da un lato con muri di terra e pietre, come denota il nome Pariti, il cui valore , anche per altri esempi , non può esser messo in dubbio, e, verso il Calore, da una linea di mura simili, rafforzate da torri di legno, come indica il nome castella-piana.

I materiali, adoperati per tali costruzioni, ci spiegano abbastanza perchè ora non ne rimangano visibili vestigia: ma non è possibile pensare che i nomi di muro e castello si diano a casaccio, e senza una ragione.

Il punto, in cui la via pubblica, dopo il guado del Calore, (attraversato poi dal Ponte della Lavandaia) entrava nella cinta fortificata, ha conservato il nome di Tròcine; come a dire "torchio", o "stretta". Inoltre, a brevissima distanza dallo stesso guado del Calore il tratturo, che diremmo lucano-irpino, era intersecato dall'altro, che dalla Campania, per la valle media del Sabato, menava alla volta della Puglia. Sicchè, anche per questo aspetto, il sito di Montella-piccola corrispondeva al suo ufficio di centro di riunione.

Non è difficile spiegare perchè a Montella (dal latino mons e munio che significa colle fortificato) fosse aggiunta poi la qualità  di piccola, e alla parola castella, di origine posteriore, l'altra di piana.

Ancora esistono i ruderi di un altro castello, che portò lo stesso nome, e fu molto più grande e importante, perchè ai suoi piedi si estese una civitas: così, per naturale antitesi, fu qualificato come piccolo il sito delle antiche fortificazioni; le quali furono dette del piano, poichè le nuove, quelle cioè di Montella-grande, erano site sul Monte, dove era il castello.


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