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S.S. Salvatore

Il Santuario (vedi foto) è posto a 954 metri sul mare. È coronato da una superba cerchia di monti.

Passando con lo sguardo da levante a mezzogiorno, incontriamo il Montagnone di Nusco, Piscàcco, il Calvèllo, il Cervialto. Più a sud la Celica. Ad ovest, Sassetano copre Verteglia e porta a mezzacosta il castello e il convento del Monte.
Montella si adagia mollemente ai suoi piedi, nel verde. Segue il Terminio.
Completando il giro d'orizzonte da est verso nord, abbiamo l'abitato di Bagnoli, raccolto intorno ai suoi campanili, dietro al suo castello; seguono Andretta e S. Angelo dei Lombardi. Su Nusco dominano, quasi alberi di un veliero, il campanile della Cattedrale e il serbatorio dell'acquedotto del Calore. Nella direzione di Nusco, all'estremo limite dell'orizzonte, Trevico, a punta di cono, il più alto comune dell'Irpinia. Poi Cassano Irpino, Ponteromito, Castelfranci, Fontanarosa, Paternopoli, Luogosano, Frigento e, quando il cielo è limpido, Ariano Irpino.
La notte, questi paesi sono una festa di luci, una visione gioiosa che si offre a chi guarda dal Santuario.

Nel settimo secolo, nella Contrada Prati, verso Monticchio, esisteva già una chiesa dedicata al Salvatore. Più tardi fu anche sede di Parrocchia. Verso il 1500 la popolazione di quella Parrocchia abbandonava la zona dei Prati e si trasferiva nell'abitato attuale di Montella. La chiesetta di S. Salvatore andò in rovina e la statua fu portata nella cappella di S. Elia, nei pressi del Ponte del Mulino, che allora si chiamava Ponte della Lavandara.

I vecchi raccontano che qui, dinanzi al Salvatore, ardeva una lampada votiva. I buoni la rifornivano di olio. I ragazzi, guardiani di porci rubavano l'olio, ma la fiammella splendeva ugualmente, per un miracolo d'amore, a testimonianza della indefettibile protezione del Salvatore per i Montellesi.

Fra il 1541 e il 1561 la statua del Salvatore fu trasferita nella cappella della SS. Trinità, sulla vetta del monte di Sant'Elia. Monte e cappella presero allora il nome del Salvatore (vedi foto).

La cappella della SS. Trinità era stata costruita nella seconda metà del 1400, dopo che il Papa Callisto III, nel 1467, aveva ordinato che il 6 agosto di ogni anno si celebrasse, in onore della SS. Trinità, la festa della Trasfigurazione, in ringraziamento per la vittoria riportata a Belgrado, il 6 agosto del 1456, dall'esercito cristiano contro i Turchi di Maometto II.

I Montellesi scelsero quel monte perché esso ricorda il Tabor, il monte della Trasfigurazione.
Il Tabor si leva solitario sulla pianura della Galilea e sulla valle del Giordano; il monte del Salvatore domina, distinto dagli altri monti della stessa giogaia, la Valle del Calore e la pianura di Folloni.

La statua del Salvatore, che veniva dalla chiesa del Prato, non era adatta a raffigurare il Gesù della trasfigurazione. Quando Gesù si trasfigurò, aveva superato i trent'anni, mentre la statua rappresentava Gesù adolescente che a Nazaret si prepara, nell'umiltà, alla sua missione di salvezza.
Ma i Montellesi, legati sentimentalmente a quella statua, oggetto di culto per secoli, senza badare a sottigliezze, la accettarono per la Trasfigurazione.
Nel 1715 la vecchia statua era consunta e si dovette provvedere a fare una statua nuova, l'attuale. Gesù fu raffigurato ancora adolescente, perché il popolo si era abituato a vederlo così il Salvatore.
La statua non rappresenta il Salvatore della Trasfigurazione, ma il Salvatore del culto millenario dei Montellesi. La cappella rimase modesta fino al 1779. In questo anno la siccità minacciava non solo Montella, ma l'Italia.

Nel 1779 le cose andavano in modo molto diverso. Il commercio, specie per paesi interni come Montella, collegata con strada carrozzabile solo con Cassano e Bagnoli, era assai difficile e morire di fame non era una scherzosa figura retorica, ma un pericolo grave, che diveniva, a volte, tragica realtà. Di fronte alla siccità e alla paura della fame, il popolo di Montella decise di portare in paese la statua del Salvatore e di fare un triduo di preghiere. Quando i fedeli andarono sul Monte per prelevare la statua, l'acqua crebbe a vista d'occhio nel pozzo, che prese allora il nome di pozzo del miracolo (vedi foto).

Il 28 maggio fu portata la Statua in paese. La sera del 5 maggio, mentre nella Chiesa-madre il popolo era in preghiera, ci fu la grazia della pioggia. Dopo questi avvenimenti il popolo entusiasta decise di ampliare l'antica chiesetta.

I lavori furono cominciati nell'ottobre del 1780. Nel 1785 era stato completato il rustico. Negli anni successivi fu decorato l'interno della Chiesa.
Nel 1789 la nuova Chiesa (vedi foto) era stata completata. I Montellesi ne erano orgogliosi. La trovavano bella anche i forestieri, che il 6 agosto venivano ad invocare il Salvatore. Le pietre della costruzione erano state bagnate di sudore. Quanti viaggi ci erano voluti per portare lassù i materiali necessari! Chi non aveva un asino, aveva trasportato la sua parte di pietre, di sabbia, di calce, in testa se donna, a spalle se uomo.
Ma l'altare era povero e brutto, in semplice muratura rivestita di intonaco. Per un altare artistico, di marmo, ci volevano molti ducati sonanti. Quando ne fu raccolto un buon gruzzolo, gli amministratori della Chiesa del Salvatore si misero in viaggio per Napoli, un viaggio che a quel tempo sapeva un po' di avventura.

Quei Montellesi antichi avevano l'indirizzo del marmoraio di fiducia, che altre volte aveva lavorato per Montella. Volevano un altare che facesse figura e ne trovarono pronto uno, che pareva preparato proprio per loro. Furono d'accordo: lo avrebbero acquistato.
Si venne al quanto, con un certo tremore. Si temeva un prezzo troppo alto. Il maestro marmoraio chiese mille ducati, il doppio di quanto quei buoni Montellesi erano autorizzati a spendere. I Montellesi facevano l'amore con quell'altare che li aveva incantati. Lo immaginavano sulla Montagna, a fare bella figura di sé e a far fare bella figura a chi l'aveva scelto e contrattato. Ma era solo un sogno. Per affogare l'amarezza della delusione del marmoraio, che vedeva sfumare l'affare, e dei Montellesi, che non potevano acquistare, si parlò del più e del meno e il discorso cadde sui guai.
Qui il racconto acquista il sapore del prodigio. Il marmoraio ha una preoccupazione grossa che lo opprime: la moglie è grave. Ha consultato i clinici più bravi e famosi e tutti gli hanno detto la stessa cosa: "La mano di Dio può tutto; un miracolo ci vorrebbe". Il discorso si spegne e, nel silenzio, un'idea sorride alla mente dei Montellesi: Che costa al Salvatore un miracolo? Ne ha concessi tanti da quel meraviglioso 30 maggio 1779. Non lo farebbe uno ancora, per darci un altare bello nella sua Chiesa, sbocciata dal cuore dei Montellesi, nel cielo d'Irpinia, come un fiore?
Hanno l'audacia di impegnarsi. La proposta è concreta: "Se il Salvatore guarisce tua moglie, ci dai l'altare a metà prezzo, per cinquecento ducati?".
Il marmoraio fu colto di sorpresa: un miracolo a compenso del suo lavoro? Non gli era mai passato per la testa che potesse ricevere una simile offerta. Quei montanari offrivano un miracolo con la semplicità e la sicurezza, con cui avrebbero potuto promettere castagne o latticini della loro terra.
Rispose, tra incredulo e smarrito: "Se guarisse mia moglie... volentieri darei l'altare a metà prezzo, se guarisse mia moglie, ma... ". Aveva pregato e fatto pregare. Aveva acceso lampade dinanzi a tutti i Santi delle chiese napoletane. Il miracolo non era venuto.
I Montellesi non gli diedero tempo di rimuginare molti pensieri. Risposero con certezza che il Salvatore avrebbe fatto il miracolo, anche se la donna era a un punto solo dalla morte, e che essi l'altare se lo sarebbero portato.
La guarigione venne e completa. L'altare (vedi foto) fu ceduto per cinquecento ducati. Il medaglione centrale del paliotto venne completato con la rappresentazione della Montagna e la immagine regale del Salvatore. Così l'altare fu pagato per metà dai nostri antenati, con le loro offerte, per metà dal Salvatore, con la guarigione miracolosa della moglie del marmoraio.

Nel 1783 furono fuse su, al Santuario, dai Marinelli di Agnone, due campane: una grande e una piccola. La grande è ora sul campanile della Chiesa Madre. La piccola si ruppe nel 1845.
Col bronzo della campana rotta e con altro che vi fu aggiunto fu fusa da Fiore Tarantino di S. Angelo una campana di 22 cantari. Questa si lesionò nel 1855. L'anno successivo la campana (vedi foto)venne rifusa ed è quella che abbiamo. Porta intorno cinque iscrizioni.
Due contengono parole di Gesù: Venite a me voi tutti che siete oppressi e affaticati ed io vi darò forza. L'altra: Io sono la risurrezione e la vita. La terza è un saluto alla Madonna: Ave, Regina dei Cieli; ave, Regina degli Angeli. La quarta è una preghiera di invocazione: Dai fulmini e dalle tempeste, liberaci, Signore. Nell'ultima dice la campana: II mio suono parlerà di voi al Signore.
Ecco perché i Montellesi ci tengono tanto a suonare la campana: il suo suono è voce di preghiera lanciato verso il cielo, è grido di invocazione al Salvatore, ma è anche l'annunzio festoso, dato a tutti gli abitanti della valle del Calore, che i Montellesi vogliono bene al Salvatore.

La Chiesa del Salvatore fino al 1860 fu amministrata da una commissione composta da ecclesiastici e da laici. Nel 1860, per le leggi eversive del Regno d'Italia, l'amministrazione fu assunta dall'autorità civile e affidata alla Congregazione di carità.
Il 15 maggio 1957, l'amministrazione del Santuario passò ad un Comitato, composto di nove cittadini di Montella, di cui uno sacerdote, che ne ha la presidenza, sotto il controllo del Vescovo diocesano.

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